La riforma Bernini non risolve il caos a medicina: migliaia di studenti esclusi, specialità scoperte e sempre più medici che abbandonano il pubblico. Il problema non sono i laureati, ma la fuga dal Servizio Sanitario Nazionale.
di Riccardo Guglielmi – Cardiologo e giornalista scientifico
Ma davvero serviva una riforma per l’accesso a Medicina? I numeri – quelli veri, non quelli da conferenza stampa – raccontano una storia diversa da quella che ci vogliono far credere. L’Italia è seconda in Europa per numero di medici ogni 1.000 abitanti, con oltre 315mila camici bianchi attivi e una media di laureati superiore a quella OCSE. Eppure, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) arranca, le corsie si svuotano e le specialità più critiche restano deserte.

La narrazione della “carenza di medici” regge poco: il vero problema è che i medici dal SSN scappano, e le nuove leve non trovano attrattiva in medicina generale, emergenza-urgenza, radioterapia, e tutte quelle specialità che tengono in piedi il sistema. Il semestre filtro, la tripla prova, la corsa a ostacoli tra quiz e debiti formativi: abbiamo davvero selezionato i migliori o solo i più resistenti allo stress da concorrenza tossica?
La riforma Bernini, tra slogan e promesse di abolizione del numero chiuso, ha prodotto una “Caporetto” di risultati: 22.500 idonei per 17.278 posti, una sanatoria in arrivo e tanti studenti lasciati nel limbo del debito formativo. Intanto, il SSN continua a perdere pezzi: quasi 93mila medici lavorano fuori dal pubblico, pensionamenti e licenziamenti aumentano, e le borse di specializzazione restano vuote proprio dove servono di più.
Entrando nei dettagli, la situazione è ancora più surreale: tra Medicina, Odontoiatria e Veterinaria, gli idonei oscillano tra 22.500 e 25.000, a fronte di circa 17.278 posti disponibili solo per Medicina. Questo vuol dire che almeno 5.000 studenti idonei – cioè con almeno un esame superato – resteranno esclusi dalla facoltà, costretti a ripiegare su corsi affini o università private. Non sorprende che siano già partite numerose iniziative legali: i ricorsi degli esclusi puntano il dito contro la gestione della graduatoria e il numero di posti, creando un clima di tensione crescente.
Il famoso semestre filtro, introdotto dalla riforma, permette a tutti di iscriversi ma poi seleziona tramite una graduatoria nazionale basata sui crediti ottenuti in Chimica, Fisica e Biologia. Il risultato? Gli idonei a Medicina, dopo il semestre filtro, sono circa 22.688, mentre i posti effettivi restano 17.278: migliaia di studenti restano fuori, pur avendo superato gli esami richiesti. Il Ministero ha previsto una sanatoria, ma la situazione rimane intricata e molti idonei rischiano di restare senza collocazione.
Si parla molto di possibili soluzioni, ma al momento non ci sono evidenze concrete che i posti in esubero vengano indirizzati verso sedi universitarie staccate come Tor Vergata. La gestione delle eccedenze si concentra piuttosto sugli scorrimenti di graduatoria e sulle sanatorie ministeriali, mentre le università – incluse quelle di Roma – si stanno adattando come possono. In sintesi, il vero nodo resta la gestione di migliaia di idonei senza posto, con la carenza strutturale che alimenta ricorsi e richieste di soluzioni immediate, ma nessuna strategia chiara sulle sedi distaccate è ancora emersa.
In sintesi, nonostante la riforma, il numero di idonei che hanno superato il primo semestre è superiore ai posti effettivi, causando una forte competizione e ricorsi legali.
La soluzione? Non aumentare i posti a Medicina, ma rendere il SSN (di nuovo) una scelta di valore, con stipendi dignitosi, percorsi di carriera, formazione continua e rispetto per la professione. Altrimenti, continueremo a formare medici per il libero mercato o per l’estero, mentre la sanità pubblica si svuota e il privato avanza.
Forse è ora di mettere da parte le riforme “spot” e iniziare a parlare sul serio di merito, programmazione, attrattività delle carriere e qualità della formazione. Perché la medicina, quella vera, non si fa con i numeri, ma con le persone. E con la voglia (e le condizioni) di restare.
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