Sappiamo che il cibo che consumiamo, spesso nasconde pericolose insidie, nonostante l’obbligo dei produttori di dichiarare i componenti dei prodotti in commercio.
Molti di tali componenti sono espressi sotto forma di sigle (coloranti, additivi, edulcoranti etc.) pertanto non è facile capirne il significato, altri invece sono dichiarati per esteso, ma si tratta di sostanze chimiche o metalli di cui si è spesso all’oscuro dei loro effetti sull’organismo.
I polifosfati, per esempio, largamente utilizzati in ambito alimentare sono degli stabilizzanti, conservanti, e migliorano la consistenza e la ritenzione di acqua nei cibi.
Si trovano specialmente negli insaccati e nelle carni lavorate, ma anche nei prodotti ittici, formaggi fusi, prodotti surgelati e conserve.
Le sigle che li contraddistinguono non aiutano nella comprensione della loro esistenza e tantomeno dei loro potenziali effetti nocivi.
Si tratta di E450-51 e 52 vale a dire difosfati, trifosfati e polifosfati.
Questi additivi sono consentiti dalla normativa UE entro limiti ben definiti.
Tuttavia un consumo eccessivo e prolungato può interferire nell’equilibrio calcio-fosforo, particolarmente negli individui con patologie renali quali l’insufficienza, la calcolosi, o in caso di età avanzata.
Non solo, nel lungo termine possono provocare le temute patologie ossee quali osteopenia e osteoporosi, in quanto, come sostanze cosiddette “sequestranti”, legano calcio e magnesio.
Contribuiscono inoltre all’aumento dell’infiammazione sistemica e dello stress ossidativo, che può portare ad una accelerazione dell’invecchiamento cellulare.
Infine sono causa di possibili ricadute sul sistema cardiovascolare. Un eccesso di fosfati può infatti favorire la calcificazione delle arterie e un possibile aumento della pressione arteriosa.
Alla luce di quanto sopra esposto si pone il problema di come ridurre i rischi correlati al consumo di questi additivi.
In primo luogo è bene limitare l’uso di salumi e formaggi fusi, cibi pronti e surgelati, imparare poi a leggere attentamente le etichette su ciò che acquistiamo, onde evitare i prodotti con le sigle indicate e, da ultimo, preferire di norma alimenti freschi o poco processati.
Insomma conoscere il “nemico” è sempre il primo passo per ridurne l’impatto, nel caso del cibo, il “nemico” non è la sostanza singola, ma l’esposizione ripetuta e inconsapevole: il rischio vero non è ciò che mangiamo ogni tanto, ma ciò che mangiamo senza pensarci.
Autore: Drs. Paola Gherardini


